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Ventisei anni dopo la prodigiosa nascita di un bimbo in una mangiatoia di Betlemme, la Giudea è una delle province ribelli dell’impero romano. A prendere il comando militare della guarnigione di Gerusalemme è il tribuno Messala, caro amico d’infanzia di uno dei più nobili principi giudei, Judah Ben-Hur. Ma l’entusiasmo iniziale per l’amicizia ritrovata si converte ben presto in conflitto quando Ben-Hur rifiuta di tradire il suo popolo in nome di Roma. Un incidente avvenuto durante la cerimonia d’ingresso alla città del governatore è l’occasione di Messala per dimostrare la propria fermezza agli occhi del popolo in rivolta e a quelli del potere imperiale: pur conoscendone l’innocenza, il tribuno fa arrestare l’amico assieme alla madre e alla sorella. Mentre viene trascinato via per essere condotto alle galee dove servirà come schiavo, Ben-Hur promette vendetta.
A Tale of the Christ, recita il sottotitolo del film sullo sfondo della “Creazione di Adamo” michelangiolesca, tanto per introdurre fin dai titoli di testa la magnitudo del racconto delle tre ore e mezzo che seguiranno. Racconto che è a tutti gli effetti una delle più complesse creazioni drammaturgiche della storia di Hollywood, oltre che una delle sue operazioni più costose e ambiziose. Al suo interno, il desiderio di contenere tutte le emozioni umane in un’epica grandiosa e spettacolare che si sviluppi in parallelo e arrivi più volte a sfiorare (fino a convergere completamente nel finale) quella che, per dirla con un altro titolo (assai meno fortunato) della grande Hollywood, è “la più grande storia mai raccontata”. Se difatti, in vari momenti, la figura di Cristo appare più un pretesto che un vero personaggio, una sorta di deus ex machina volto a muovere alcune delle principali sequenze narrative (il fermento del popolo giudeo, la sopravvivenza di Ben-Hur alla disidratazione durante la traversata che lo porta alle galee, la tempesta miracolosa dopo la crocefissione), è nell’intreccio dei grandi elementi della tragedia classica e moderna con la scoperta del perdono e della misericordia, che il kolossal di Wyler scopre la sua funzione “cristologica”. L’idea forte della trasposizione di Karl Tunberg (con la collaborazione, non accreditata, del drammaturgo Christopher Fry e dello scrittore Gore Vidal) è quella di accentuare la componente “tragica” del personaggio: una grande amicizia che si trasforma in odio per bramosia di potere, un principe virtuoso ingiustamente accusato che desidera vendetta, una continua ricerca attraverso il tempo dei legami affettivi e familiari. Da “l’odio alimenta la vita”, come afferma il console Quinto Arrio sulla galea, a “l’odio ti ha tramutato in pietra” dell’ammonizione della bella Esther, si compie la maturazione emotiva di Judah Ben-Hur così come la parabola morale della storia. Fonte trama