Female Trouble

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Punk prima del punk, Waters mette in scena l’assassinio delirante del proprio pubblico, a colpi di arma da fuoco, da parte della star (Divine, confermata protagonista come quasi sempre nella fimografia del regista finora): roba che Sid Vicious plagerà di sana pianta qualche anno dopo, per il video della sua ‘watersiana’ versione di My way. Ideale proseguimento-per temi e per destrutturazione della trama-del precedente lavoro Pink flamingos, questo Female trouble non ci risparmia nulla dell’etica e dell’estetica di Waters: le bassezze umane, il lerciume morale e materiale, il sesso un tanto al chilo, le deformità (anche qui non solo fisiche), un linguaggio osceno ed assolutamente anticinematografico. Prosegue la crociata contro Hollywood ed i buoni sentimenti, con un finale da antologia in cui il ‘mostro’, condannato alla sedia elettrica, gioisce come avesse ottenuto chissà quale riconoscimento: la sua esecuzione ricorda molto da vicino una premiazione, durante la quale il condannato ha una parola di ringraziamento per tutti coloro che gli hanno permesso di trovarsi lì in quel momento. Altro momento indimenticabile è l’autostupro di Divine, che partecipa ad una violenza carnale in veste di stupratore (uomo) e anche di stuprata (donna). Assoluto delirio, una regia curiosa, situazioni fra l’iperreale e l’onirico: un altro bel colpo di Waters (ovviamente introvabile in Italia). Fonte trama

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