Giallo/Argento

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Nell’ormai sistematica oscillazione tra i due generi di riferimento della sua filmografia, Dario Argento torna al thriller richiamando sin dal titolo-anche se nel film c’è una spiegazione narrativa-l’appartenenza al filone che più gli ha dato lustro decenni fa e che americani e inglesi chiamano proprio giallo-movies per sottolinearne la nazionalità e specificità.
Torino. Una giovane giapponese lascia un’amica in discoteca a divertirsi e prende un taxi per tornare in albergo. Il taxi però va per tutt’altra strada. La hostess Linda sbarca all’aeroporto per fare una visita alla sorella Celine, modella impegnatissima, a Torino per lavoro. La giapponese, intanto, è prigioniera in uno scantinato, vittima del suo misterioso rapitore, che fotografa lei e anche il cadavere di un’altra donna. Linda va a casa di Celine in attesa che la sorella si liberi dai suoi impegni, ma anche Celine è vittima dello strano tassista e scompare. Non prima però d’aver telefonato alla sorella, dicendole d’aver preso un taxi con un tassista che si comporta stranamente. Celine si ritrova imprigionata nello scantinato. La preoccupata Linda intanto si rivolge alla polizia. L’ispettore Enzo Avolfi-un tipo strano, specializzato in casi difficili-decide di occuparsene.
L’inizio alterna con sapienza immagini apparentemente scollegate tra loro: un uomo con una siringa, due ragazze all’Opera, un’auto che viaggia in una strada cittadina notturna. Poi le cose si chiariscono e il quadro si delinea. Un serial killer è all’opera. La struttura narrativa è classica e alterna le azioni dell’omicida con quelle di chi lo cerca. Con l’andare del tempo, il cinema di Argento ha radicalizzato la rappresentazione insistendo su dettagli violenti e sgradevoli, forse inseguendo il cinema della crudeltà imperante in questi anni o forse seguendo invece un proprio percorso di nichilismo cinico, di spoliazione e deglamourizzazione della violenza, di quotidianizzazione pessimista dell’incubo. Anche la regia segue questa tendenza e rinuncia in parte a quei movimenti di macchina eleganti e spericolati che hanno definito nel tempo lo stile di Argento. Solo in parte, perché in certi momenti-soprattutto nei traumatici flashback-si riscopre il classico e sempre magico Argento-touch. La scarsità di momenti registici flamboyant va intesa come una scelta di sobrietà, di classicità, un tentativo di raccontare in modo diretto ed efficiente una trama che però avrebbe avuto bisogno di fuochi pirotecnici per supplire alle sue carenze narrative. Il problema principale è infatti che la storia collassa dopo una prima metà interessante e tende ad appoggiarsi, per motivazioni e sviluppi, su un classico trauma infantile non eccessivamente credibile. Non emerge il pathos, tutto sembra ridursi alla classica ricerca del serial killer che abbiamo già visto molte volte e manca il colpo d’ala che rivitalizzi una materia risaputa. Talvolta le trame dei film di Argento sono state accusate di incoerenza: la sceneggiatura di Sean Keller e Jim Agnew è sufficientemente coerente, nei parametri del genere, ma è pura routine. La parte finale recupera comunque qualche vivacità e riesce a suscitare una relativa tensione, pur in assenza di sorprese particolari e con qualche incongruenza comportamentale di troppo.
Un classico punto (a volte) debole del cinema argentiano, quello della recitazione e della poca profondità dei personaggi, troverebbe qui un buon antidoto nella presenza di attori di personalità se non fosse che Adrien Brody, nel tratteggiare la figura del detective (e non solo quella), eccede troppo spesso nella caricatura, anche se la sua recitazione bizzarra è se non altro originale e non è priva di interesse. La sua partner Emmanuelle Seigner, moglie di Polanski, il regista con cui Brody ha vinto un premio Oscar (per Il pianista), è abbastanza convincente nel rappresentare lo sgomento e il tormento del suo personaggio. Buona la colonna sonora di Marco Werba, mentre il fascino di Torino, città non nuova all’immaginario argentiano, fornisce uno sfondo misterioso e azzeccato. Fonte Trama