La notte del giudizio

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Stati Uniti, 2022. La situazione socio-economica è ottimale, con un indice di disoccupazione ai minimi storici e una criminalità quasi azzerata. C’è però un prezzo da pagare per questa pace sociale: una notte all’anno è lasciato libero sfogo agli istinti violenti e tutto è permesso, qualunque crimine. Perciò, quelli che possono si asserragliano dentro case perfettamente protette ed equipaggiate, aspettando che passi. James Sandin si occupa di sistemi di sicurezza ed è al top di una categoria molto richiesta, in particolare in previsione di quella notte. Come gli altri anni, intende passare al sicuro la nottata con la famiglia, dopo aver messo in sicurezza i suoi clienti. Tutto è perfetto come al solito, ma Henry, il fidanzato della figlia diciottenne Zoey, resta di nascosto nella casa per incontrarsi con lei e parlare con James, che non vede di buon occhio la loro relazione. Inoltre, Charlie, il figlio piccolo, vede, dai monitor di controllo, un uomo di colore che chiede disperatamente aiuto poco fuori casa. È braccato e vuole un posto in cui nascondersi. Senza pensarci due volte, Charlie disattiva il sistema d’allarme e lo fa entrare. Due elementi di disturbo che sconvolgono la sicurezza del fortino della famiglia Sandin. Una delle conseguenze è che un gruppo di persone armate di tutto punto chiede la restituzione della sua vittima sacrificale altrimenti sarà la guerra. È solo l’inizio dei guai e la notte è ancora lunga.
La situazione di partenza è di quelle forti, azzeccate, semplici da capire e perciò maggiormente efficaci: il potere catartico della violenza usato per sanificare una nazione dai suoi istinti bestiali. Da un punto di vista sociologico è un punto di vista estremo e poco dimostrabile, ma narrativamente funziona alla perfezione, come funzionava la fredda furia vendicatrice di Charles Bronson in Il giustiziere della notte, di cui questo film è un’evoluzione fantahorror. Non casualmente, a creare problemi è il senso umanitario che improvvisamente emerge nella persona più giovane, quella con la coscienza meno anestetizzata.
Come nei vecchi cartoni animati di Ralph il lupo (parente stretto di Willy il coyote) con il cagnone da pastore, la violenza è strettamente legata a un’ideale timbratura del cartellino-dal tramonto all’alba-e perciò, in questo contesto realistico, ancora più disumana. Forse è eccessivo cercare significati socio-politici in un film di consumo come questo, ma l’horror è sempre stato un formidabile terreno per le metafore: il ritratto di una società paranoica, violenta, senza alcun ideale che possa redimerla, appare molto rispondente alla crisi che stiamo vivendo. DeMonaco riesce a far percolare nella storia quel tanto di allegoria che basta a darle un senso, ma punta soprattutto a creare un buon meccanismo di tensione, lasciando al minimo necessario la caratterizzazione psicologica e permettendo, nella seconda parte del film, che un certo conformismo morale prenda il sopravvento, forse per creare un meccanismo di identificazione e di riscatto morale. Il percorso motivazionale dei protagonisti è infatti dato per scontato, non è giustificato se non da generici giochi di sguardi e sensi di colpa. Mancano il coraggio di una maggiore cattiveria e la volontà di una denuncia più credibile e sferzante. E manca soprattutto il colpo d’ala che riscatti la storia dalla sua prevedibilità, anche se la conclusione non è peregrina e lascia intatto il carico di tensione. L’adrenalina comunque scorre a fiumi e lo spettacolo non manca, catarsi compresa. Come i morti viventi di George A. Romero, le persone comuni diventano il “mostro”, in rivolta contro i loro simili. Ma il fatto che le vittime predilette siano i senzatetto, i poveracci di colore, evidenzia come la lotta di classe, nella società odierna, sia soprattutto tra ricchi e poveri. Il film non se ne fa carico se non in termini sfumati e poco impegnativi, ma anche solo esponendo la situazione determina una significativa presa di coscienza… Fonte Trama