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Monaco di Baviera. Irene Wagner è la dirigente di un’industria farmaceutica di cui si è occupata mentre il marito Albert era prigioniero di guerra e, dopo il rilascio, era in cura per problemi psichici. Irene ha una relazione con Erich Baumann che però intende troncare. Viene avvicinata da un ex fidanzata di Erich che dice di chiamarsi Johanna che dà l’avvio a una serie di ricatti minacciando di rivelare ad Albert l’esistenza della relazione. Una sempre più angosciata Irene scoprirà di essere al centro di un complotto molto più complesso.
Se il complotto della sinossi si rivela molto articolato anche l’uscita di questo film (ritenuto a torto un’opera minore di Rossellini) è stata decisamente travagliata. Il film, girato in lingua tedesca che la Bergman parlava correntemente, uscì dapprima in Germania per poi essere distribuito in Italia nel 1955 e negli Stati Uniti nel 1956. La versione tedesca conservava un prologo per le vie di Monaco che testimoniava della ripresa economica tedesca dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. Negli Usa questa parte fu considerata priva di interesse e venne tagliata facendo così iniziare il film con la sequenza in cui in Irene ed Erich fermano la macchina e la donna manifesta la sua intenzione di interrompere la relazione. L’uscita nelle sale italiane si rivelò un flop il che spinse la produzione a far uscire nuovamente il film nel 1958 (senza il consenso ma anche senza l’opposizione del regista) sottoponendolo a pesanti rimaneggiamenti, cambiando il titolo in “Non credo più all’amore” e modificando il finale. La copia restaurata da Cinecittà Luce è quella del 1955 anche se però è presente la voce narrante che sembrerebbe invece essere stata aggiunta solo nel 1958.
Il film merita una rivisitazione per una molteplicità di aspetti. Sul piano del soggetto è la prima volta che Rossellini, che aveva collaborato già con scrittori, si rifà esplicitamente a un testo letterario preesistente. Stefan Zweig aveva ambientato l’azione nella Vienna di inizio secolo mentre Rossellini la sposta nella Bavieria del secondo dopoguerra. Questa non è che una, ma forse la più significativa , delle variazioni. Il regista vuole tornare a ragionare su una nazione e su un popolo le cui sorti aveva già indagato nel capolavoro Germania anno zerogirato nel 1947. Ora mostra uno scenario decisamente diverso. Il boom economico ha mutato la vita dei tedeschi ma ciò che a Rossellini interessa è riflettere sul senso di colpa individuale e collettivo. Per giungere così a decidere che solo un’ammissione piena delle responsabilità può condurre davvero a un cambiamento profondo. Tratta il tema passando anche attraverso il proprio privato. Questo è infatti l’ultimo film che Rossellini e la Bergman gireranno insieme e diviene così il sensore di un rapporto che si va dissolvendo. La paura che scorre nel film non è quella hitchcockiana (il regista non apprezzava granché il Maestro britannico). Rossellini descrive un rapporto che è stato solido (ci sono anche due figli) e che si va progressivamente deteriorando. Lo mette in scena con una difficoltà forse maggiore rispetto ad altri suoi film proprio perché lo tocca direttamente nell’intimo. È un’atmosfera cupa quella che pervade tutta la vicenda.
È un film in cui le cavie da laboratorio che vengono sacrificate in nome della scienza non sono poi così dissimili dai due protagonisti entrambi cavie di espedienti e menzogne orditi a loro danno. Passeranno cinque anni prima che Rossellini torni a girare un film di finzione (Il generale Della Rovere). Anche questo è un dato che colloca nell’area di quelle opere che marcano la fine di un periodo nella filmografia di un Maestro. Fonte Trama

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